I giganti del lago: incontro con Giancarlo Fantini
Viaggio tra botanica, storia e miti degli alberi monumentali con l’esperto aronese che da quarant’anni “ascolta” il respiro delle piante.
Incontrare Giancarlo Fantini significa immergersi in un archivio vivente di sapere botanico. Perito agrario con una carriera quarantennale spesa tra i viali e i parchi di Arona e dintorni, Fantini non ama i numeri, ma predilige le storie.
Lo abbiamo intervistato per capire cosa renda un albero “monumentale” e per scoprire i segreti dei giganti verdi che popolano le province di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola.
Professor Giancarlo Fantini, nell’immaginario comune un albero monumentale è semplicemente una pianta antichissima. È davvero così?
“Non esattamente. È un errore che commettono in molti, persino alcuni esperti. Secondo la legge del 2013, l’anzianità non è l’unico criterio. Un albero può essere dichiarato monumentale per la particolare forma della chioma, per la sua rarità botanica o perché rappresenta il miglior esemplare di quella specie in una determinata zona.
Esistono casi curiosi in cui un arbusto, sviluppando un unico fusto, acquisisce un portamento arboreo eccezionale, diventando un monumento proprio perché “anomalo” rispetto alla sua natura. In sintesi, ogni albero che cresca isolato, godendo del proprio “spazio vitale” senza concorrenza, è potenzialmente destinato a diventare un monumento, se l’uomo non interviene con forbici o motoseghe”.
Qual è lo stato di salute del patrimonio monumentale nel Novarese e nel VCO?
“Paradossalmente, queste province sono sottorappresentate nell’elenco ufficiale rispetto a Torino. Nelle grandi città gli alberi sono più visibili e segnalati con maggior frequenza dalle amministrazioni. Molte delle piante che oggi ammiriamo non sono nate spontaneamente: sono state messe a dimora uno o due secoli fa da privati per scopi ornamentali nelle ville storiche. Purtroppo, oggi scontano l’incuria o gli errori del passato: scavi per cavi elettrici che danneggiano gli apparati radicali o piantumazioni troppo fitte che costringono le piante a farsi ombra a vicenda”.
Ci sono esemplari nel nostro territorio che portano con sé una storia particolare?
“Certamente. Penso all’Olmo di Mergozzo, la cui monumentalità è esaltata dalla posizione solitaria in una piazza dove cattura inevitabilmente lo sguardo. C’è poi il Tiglio di Macugnaga, carico di valenze sociologiche e religiose: è l’albero sotto il quale ci si riuniva per deliberare, un richiamo diretto alle antiche tradizioni celtiche. A Comignago, proprio sulla via Principale, dove si trova il palazzo municipale sorge un Cedro dell’Himalaya (Cedrus deodara). Si tratta di un esemplare secolare, di circa 600 anni. Proprio negli ultimi mesi, l’amministrazione comunale ha ricevuto i fondi necessari per curare l’antico albero, che subirà un vero e proprio “restauro” arboreo.
Infine, non posso non citare il Pioppo Nero di Dormelletto, sulla statale del Sempione. È un gigante nato spontaneamente in un crocevia; a differenza di altri pioppi che sono stati “massacrati” dalle amministrazioni per presunte ragioni di sicurezza, lui è cresciuto indisturbato ed è destinato a diventare ancora più grande”.

Perché al Nord è più raro trovare alberi millenari rispetto al Sud Italia?
“La spiegazione è geologica. Al Sud prevalgono rocce calcaree che si lasciano “perforare” dal fittone (la radice principale), permettendo alla pianta di scendere in profondità a cercare acqua. Qui al Nord abbiamo il granito, una roccia acida e durissima che blocca le radici. Inoltre, la longevità è spesso legata a una crescita molto lenta, un fattore che salva piante come l’ulivo o il pino loricato del Pollino”.
Qual è l’appello di un esperto con quarant’anni di esperienza per proteggere questi monumenti?
“Rispettare le leggi e il loro spazio. Esistono norme nazionali che, però, nessuno applica realmente perché mancano i controlli. Un albero monumentale è un’eccezione sopravvissuta a mille insidie. Proteggerlo non significa solo mettergli una targa, ma permettergli di continuare a respirare senza che l’asfalto o i cavi elettrici ne soffochino le radici”.







