Luana Bottallo, artista sorprendente che dal lago d’Orta approda alla Biennale di Venezia.
Un viaggio nella sua arte, una carezza gentile
Luana Bottallo è un’artista che definire poliedrica è quasi riduttivo. Il suo percorso artistico si intreccia con la sua vita professionale e un profondo impegno nel sociale attraverso l’arteterapia. Dal bianco che avvolge materiali di riuso fino ai prestigiosi palcoscenici della Biennale di Venezia, la sua arte si propone come una “carezza gentile” capace di dar voce all’invisibile.
L’intervista
D: Come si è avvicinata al mondo dell’arte?
R: Mi sono avvicinata all’arte da giovanissima, perché in casa abbiamo sempre coltivato il piacere per il bello e per ciò che ci fa star bene. Per motivi familiari e lavorativi non ho potuto frequentare il liceo artistico o l’accademia, lasciando questa passione “semi-compiuta” per molti anni. Poi, a 50 anni, ho deciso che era arrivato il mio momento: quasi per gioco ho inviato la foto di un’opera a una galleria di Milano e da lì ho iniziato a esporre.
D: Colpisce molto la scelta dei suoi materiali, spesso di recupero, e la prevalenza assoluta del bianco. Qual è il significato di queste scelte?
R: Utilizzo generalmente materiali di riuso, come manichini dismessi da grandi negozi o scarti aeronautici provenienti dall’azienda in cui lavoro come impiegata HR. Vedendo quegli scarti nei cassonetti, sentivo che potevano diventare qualcosa di bellissimo capace di trasmettere benessere. Il colore bianco, che caratterizza il 90% delle mie opere, è per me una “carezza”. Funziona come un velo di neve che ammanta tutto, rendendo meno gravi anche le cose più brutte e permettendo di affrontare argomenti impegnativi e introspettivi in modo gentile.

D: Lei parla spesso dell’arte come di un “balsamo” per le ferite. In che modo la sua esperienza personale ha influenzato i suoi progetti?
R: Ho due figli adottivi entrambi neurodivergenti; abbiamo un “bagaglio” pesante da portare. Per questo motivo ho accostato l’amore per l’arte alla ricerca sulle neuroscienze e sulla disabilità. L’arte è un modo non diretto e gentile per affrontare tabù, paure e fragilità, specialmente con i ragazzi e gli anziani. Propongo percorsi dove ognuno porta il proprio pezzetto di esperienza; anche solo guardare gli altri agire e dipingere può essere terapeutico, perché è la condivisione di un’emozione a contare.
D: Quest’anno partecipa alla Biennale di Venezia: ci può dar una anticipazione?
R: Parteciperò con il Padiglione Guatemala presso lo Spazio Berlendis, dal 9 maggio al 22 novembre. Il tema riguarda “Les Invisibles” donne guatemalteche che, passando la vita a cuocere tortillas su pietre roventi, perdono le impronte digitali e, con esse, la propria identità legale. Ho presentato un progetto, accolto dal Ministro della Cultura del Guatemala, che consiste in un’installazione dove “dono le mie impronte” a queste donne. È un gesto di condivisione tra madri e figlie; l’opera includerà anche i glifi Maya per testimoniare la loro esistenza attraverso il respiro.
D: Un tema potente quello dell’invisibilità femminile.
R: Certamente. Il tema mi ha “squarciato il cuore” perché l’invisibilità delle donne è ancora un dramma vivo in molte parti del mondo, dall’India al Guatemala. È un modo per raccontare che, anche se non hanno impronte digitali, queste donne esistono attraverso la comunità e il loro respiro.
D: Per concludere, lei vive a Miasino ormai da molti anni. Com’è nato il suo legame con questo territorio?
R: Ci siamo innamorati di Miasino nel 2003. Mio marito, che è nato negli Stati Uniti, mi portò al Sacro Monte sul Lago d’Orta e ne rimasi follemente colpita. Abbiamo comprato casa qui e, nonostante dopo oltre vent’anni ci sentiamo ancora un po’ “stranieri”, siamo profondamente legati a questo luogo.
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